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Comincia il quarto periodo, Gasol mette a segno un gioco da tre punti che riporta i Lakers a -1 e Bryant stringe i pugni per la gioia. Mancano sei minuti alla fine e Fisher realizza la tripla del 64 pari, ancora un gesto di felicità. Artest infila la tripla della sicurezza con un minuto da giocare e il #24 è lì, ad un passo dal protagonista, ancora una volta non inquadrato per primo dalle telecamere.
E’ tutto vero, Los Angeles vince il sedicesimo titolo della sua storia, ma Kobe, pur essendo nominato MVP della finale, non è la stella che in gara-7 splende di più. E’ la gara-7 decisa dai comprimari che tanto comprimari non lo sono mai stati, dalle seconde linee di assoluto prestigio che rendevano i gialloviola squadra favorita ad avvio stagione, ed infine giustamente la migliore. Un epilogo bellissimo, cruento per il livello di battaglia fisica e psicologica ammirato per l’intera serie ma più che mai nell’ultimo atto.
Gara-7 è l’apoteosi di tutti i Los Angeles-Boston della storia. Un dentro-fuori in cui non sembra contare nemmeno il fattore campo, volano botte da entrambi i lati e l’agonismo è il requisito necessario per poter stare sul parquet il tempo sufficiente per non essere ricordato come una comparsa. La difesa dei Celtics nel primo quarto, ad esempio, rimarrà nella storia, per intensità abbinata alla capacità di leggere le situazioni in maniera perfetta.
I padroni di casa rimangono spiazzati, Bryant viene costantemente raddoppiato e spinto verso gli angoli ed a niente serve avere lunghi che potrebbero fare il vuoto in area (prendono 5 rimbalzi offensivi solamente nelle prime due azioni), perchè la palla non gira bene e le percentuali crollano. Garnett e compagni, dall’altra parte, non hanno le migliori giornate di Allen e Pierce, ma la verve di Rondo li tiene avanti per tre quarti (massimo vantaggio +13), anche grazie alla prova sostanziosa di Wallace.
La partita cambia quando Artest alza il volume in difesa su PP aumentando allo stesso tempo la pericolosità sugli scarichi e soprattutto quando Fisher viene sollevato dai complessi compiti di regia contro Rondo: entrato Odom, LA scopre di avere maggiore fluidità con un assetto che non preveda i due lunghi assieme, e lo stesso Gasol beneficia dell’area sgombra per giocarsela contro gli stanchi big men avversari.
A decidere è però il calo di Boston, più della crescita dei Lakers, testardi in alcune soluzioni con Bryant ma bravi a capire quando è il momento di assestare il colpo del KO ad un gruppo che arriva alle ultime battute scarico in quasi tutti i suoi elementi, Allen soprattutto. L’infortunio di Perkins e la rotazione a sette uomini si fa sentire, ed a poco serve la reazione finale di Rondo, ultimo ad arrendersi.
Lo spogliatoio dei biancoverdi è un misto di rabbia, disperazione e consapevolezza di essere arrivati alla fine del ciclo, mentre in campo Bryant rende il giusto omaggio ai compagni ed Artest ringrazia lo psichiatra che lo ha seguito e lo ha reso molto più calmo del solito (!). Qualcosa ora cambierà -dubbi sulla permanenza di Phil Jackson- ma per il momento nessuno ci pensa. Los Angeles è sulla vetta della NBA, con merito.
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